Davide Steri : conosciamo questo pescatore sportivo di Villacidro

La storia e le esperienze di pesca variegate del sardo Davide Steri che ha spaziato dal surfcasting alla pesca in barca, passando per l’apnea. Ci racconta tutto in questa intervista su Pesca Dalla Barca

Ciao amici pescatori. Vivo a Villacidro, un paese di circa 15,000 abitanti, situato a sud della Sardegna. Sto a una cinquantina di chilometri dal mare, un viaggio che ogni volta che esco a pesca devo percorrere. Con il mare condivido la mia passione più grande: sin da piccolo sono sempre stato a contato con il mare, ricordo quando i miei genitori mi portavano al casotto in legno costruito da un mio zio sul litorale a torre dei corsari; ce n’erano tanti e belli di “casetti”, erano delle casette in legno tipo bungalow permanenti, ci si faceva le ferie e tutte le festività si passavano là. Io riuscivo a farmi anche 3/4 mesi di seguito. Partivo dopo la fine dell’anno scolastico sino al rientro. Quando sono a contatto col mare mi rigenero davvero e scaccio tutta la stanchezza e tutti i pensieri.

Ho iniziato pescando a surfcasting, poi la pesca in apnea e la traina

La mia passione per il mare nasce da ragazzino, praticando il surfcasting. In quel periodo, ricordo che nella pausa pranzo mi caricavo le attrezzature in macchina per poter partire alla ricerca di qualche orata o sarago. I fine settimana mi accampavo in spiaggia per fare la notte in pesca; ed era una pesca che mi attirava molto, stare lì seduto e rilassato per ore ad aspettare un piccolo movimento del cimino di una delle mie canne da surfcasting. Anche la pesca a sub, per un lungo periodo mi ha appassionato. Mi presi in affitto per qualche anno una casa a 150 metri dal mare, a Calasetta, un paesino bellissimo che si trova sull’Isola di Sant’Antioco, proprio di fronte all’Isola di Carloforte. Era ed è un posto bellissimo del sud della Sardegna, dove difficilmente ti annoi e che ti permette di praticare diversi tipi di pesca e lunghe passeggiate nelle sue meravigliose calette. Ricordo che partivo da Vilacidro il venerdì sera, per poi rientrare il lunedì mattina direttamente a lavoro. La sera, appena arrivavo, andavo a calare le nassette sulle scogliere, piccole nasse che fermavo sulle piccole insenature di acqua bassa lungo gli scogli. Ci mettevo un pezzetto piccolo di sardina all’interno e, dopo qualche ora, passavo per controllare; con questo sistema pescavo i ghiozzi e arrivavo a pigliarne un chiletto a notte con 5 – 6 nasse. Dopo cena mi facevo sempre un giretto a pesca alla fracca, la classica pesca con la lampada e il forcone, se andava bene si riusciva a fare un po’ di polpi e seppie. La mattina entravo in acqua per fare pescasub. Conoscevo quel fondale come le mie tasche, tana per tana, scovavo i polpi, se ne prendevano di grandi e prenderne qualcuno da oltre tre chili non era un caso ma, anzi, capitava spesso; ogni stagione le tane vuote si riempivano nuovamente e capitava che qualcuno se ne riappropriava anche dopo qualche settimana; nei mesi invernali non avevo paura del freddo. Per colpa di un sagolino del fucile incastrato sul fondo dopo aver sparato un pesce mi si incastro in una gamba restando appeso a mezzo fondo e da quel giorno la pesca sub non mi “ispiro’ più”: bella ma pericolosa. E mi indirizzai sulla pesca dalla barca, mia passione sopra tutte.

La prima barca da pesca, un vecchio gommone

Il mio primo mezzo nautico è stato un vecchio gommone di quattro metri circa; era pagliolato in legno e motorizzto con un Mercury Golden 20 cv. Povero gommone, lo “stra-caricavo” di nasse che calavo un po’ a largo e le lasciavo a mare per settimane ancorate con delle pietre. Le controllavo ogni week-end. Più si sporcavano di erbacce e più erano catturanti; ci si prendevano molte varietà di pesci: muggini, murene, granchi, polpi, seppie, scorfani e altri ancora. Poi mi presi uno scafo di trimarano che, con calma e passione,visto il mio mestiere di falegname, allestii partendo da zero. Gli realizzai la consolle, una panca e pure i gavoni. Con questa imbarcazione mi impratichii con la pesca a palamito, sia per pesce bianco che per pesce di fondale, come pagri e dentici. Non c’era quasi mare che potesse tenermi a terra; mi sembrava di non sentire giorno né notte, né caldo né freddo. Ricordo che nelle notti invernali io e i compagni di pesca accompagnavamo le uscite in barca con un bicchierino d’acqua vite fata in casa: era una vera “bomba di calore” contro l’influenza e i malanni della stagione.

Palamiti, pesca e acqua…vite!

Con i palamiti ho cominciato a conoscere i vari fondali, i pesci che giravano su quegli spot, le zone che rendevano più di altre. Passavo il tempo libero a ripassare le ceste, cambiare ami e rifare quelli persi; così imparai a maneggiare le coffe talmente bene che riuscivo a calarle e salparle da solo. Col tempo questa pesca cominciava ad annoiarmi la monotonia la poca sportività, i pesci salpati non mi regalavano più l’entusiasmo degli inizi. Tutto era diventato meno interessante per me, per cui ho cercato un nuovo modo per stare a contato col mare. Dedicavo molto più tempo di prima alla lettura di riviste da pesca. Arrivavo anche a spendere anche 15 mila o 20 mila lire al mese in giornali. All’epoca non esistevano i social network, non c’era PescaDallaBarca TV, e il pc lo avevano in pochi. Se volevi imparare qualcosa te la dovevi “sudare” e fare molta pratica in mare. La traina col vivo era una tecnica che mi attirava. Cominciai col prendermi una cannetta e un mulinello rotante da pochi soldi, anche perché non sapevo sino a che punto avrei potuto praticare quella tecnica di pesca, e se avrei avuto dei risultati apprezzabili. Mi attrezzai di portacanne, motore ausiliario per la traina, visto che allora montavo ancora il vecchio e affidabile 521 evinrude (motore che ha fatto la storia dei diportisti). Inizialmente trainavo le esche morte, qualche sugarello o aguglie che mi regalavano i pescatori; e ricordo ancora qualche amico che mi sfotteva dicendo che stavo perdendo tempo e che di pesci a traina non ne prendevo e, ancora, di lasciar perdere le riviste perche pubblicavano “foto fasulle” per “illudere i lettori” dato che la traina col vivo non avrebbe funzionato. Io invece, per fortuna, sono sempre stato una persona testarda, e non uno che molla.

La mia pesca a traina col vivo

Piano piano cominciai a capire che le esche morte non davano granché risultati, intanto con l’arrivo dell’estate conobbi un tizio della toscana. Aveva sui 50 anni e ogni anno veniva in Sardegna a farsi le ferie; si prenotava per un mesetto l’ormeggio nel porto di Buggerru, situato al confine tra mare di Sardegna e canale di Sardegna, confinante con le bellissime spiagge di Piscinas, Portixeddu, Caladomestica, Pan di Zucchero. Questo tizio praticava la traina col vivo, usciva al mattino presto e rientrava in porto quasi sempre con la sua ricciola di branco; e se non era ricciola era un barracuda o dentice. Lui, non aveva “niente da perdere” e mi diede qualche dritta. Anzi mi diede proprio lo spunto migliore per iniziare ad avere dei risultati. Mi mise subito in chiaro di procurami i sugarelli (o “sugheri”) vivi, e di lasciar perdere le esche morte. Per iniziare quella sarebbe stata un’esca adatta. Forse era la più facile da reperire, e rimaneva viva senza troppe difficoltà. Mi ricordo, si usava una tecnica particolare: si trainava su fondali da 20 metri, massimo 25. Si poggiava la canna sul portacanne con la frizione semi-aperta e il cicalino inserito. Si innescava il sugarello e si filava a mano la lenza in acqua. Poi si inseriva il guardiano e, sempre a mano, si continuava a filare il multifibra, una volta toccato il fondo si sollevava leggermente il piombo con un movimento del braccio verso l’alto; così continuava la traina, sempre tenendo il filo in mano e dando ogni tanto dei leggeri movimenti in avanti col braccio, proprio per animare meglio le esche e non far toccare il piombo sul fondo. Quando il pesce mangiava davo una leggera ferrata a mano e poi usavo la canna solo per il recupero. Le prime catture non tardarono ad arrivare. Era un’emozione indescrivibile avere certi pesci in canna che non poteva essere paragonata alla pesca con i palamiti. Era adrenalina pura, e di una sportività unica. Poi le prime ricciole per me erano dei veri combattimenti.

I primi pesci di grande taglia catturati a traina col sugarello vivo

Intanto più pescavo e più cercavo altre informazioni a riguardo. Mi comprai un affondatore a mano per poter pescare a “mezzo fondo” e riuscire a spostarmi su fondali più impegnativi. Aver pescato per un lungo periodo con il palamito mi diede la possibilità di conoscere un po’ di spot interessanti anche per la traina; in seguito mi ero costruito artigianalmente un affondatore elettrico, con un motorino di tergicristallo di fiat 127, e un contametri fissato lungo il braccio; imparai col tempo ad avere un buon assetto in traina tanto che riuscivo già a trainare in solitaria con due canne, una a fondo e una sull’affondatore. Imparai a pescare le aguglie trainando lungo il porto o sulle punte delle scogliere, usando una cannetta molto sensibile, con in bobina del nylon fine, montando come terminale uno 0,18 e una matassina (meciuda) e, dopo di questa, a un metro circa, un “ametto” piccolo, del numero 16, dove innesco un pezzetto di coreano, che traino a 2,7 nodi circa, con la frizione aperta al limite dello slittamento. Infine è arrivata la tecnica del tataki, una tecnica che mi attira quanto la traina. Come saprete è la tecnica di pesca verticale ai calamari. Su questa mi sono fatto un bagaglio di esperienza notevole, raccogliendo “dati” uscita dopo uscita, e constatando quali sono gli orari migliori e i meno buoni nella mia zona, ed anche le maree buone e meno buone, i colori migliori all’alba e i colori migliori a “giorno fatto”. Intanto presi la patente nautica e cambiai mezzo, mi presi un bel gommone lo allestii con vasca del vivo, un buon ecoscandaglio. Anche i portacanne non potevano mancare. Migliorai. Ricominciai a fare le cose un po’ più seriamente. Cambiai tutta l’attrezzatura. Ricomprai le canne e i “muli”. La traina col vivo mi prendeva sempre di più. Era difficile per una serie di ragioni;

1) sapersi procurare le esche in ogni momento e riuscire a mantenerla viva;

2) riuscire a presentarla nel miglior possibile modo ai pesci;

3) saper interpretare eco e gps;

4) avere le attrezzature sempre ben ordinate e verificare ordinariamente frizioni, fili, nodi, ami, senza contare la funzionalità degli accessori sul mezzo sempre in continuo controllo;

5) conoscere perfettamente i posti in cui si va a pesca che delle volte ci impongono passaggi obbligati;

6) la continua ricerca di spot nuovi.

La tecnica della traina col vivo è oramai una passione che seguo da tanto tempo. Mi piace essere un perfezionista e per questo testo tutto in casa: nylon, nodi e ami usando degli attrezzi che mi sono costruito da solo. Verifico i carichi di rottura e tanto altro. Sì, sono diventato un “maniaco” della traina che mi regala tutt’ora giornate piene di adrenalina, combattendo grosse ricciole, tonni, dentici e cernie. Ogni uscita mi regala sempre esperienze. Ogni spot regala “storie” diverse. Eppure, ancora oggi, dopo tanto tempo, c’è sempre qualche accorgimento in più che mi permette di perfezionare questa tecnica in modo di riuscire a confrontarmi con i pesci. Ogni anno che passa, loro sono sempre più furbi. Non si smette mai d’imparare. Questo è quello che penso. E io non voglio smettere!

Video di pesca di una grande ricciola a traina col vivo

Davide Steri : conosciamo questo pescatore sportivo di Villacidro

 

La Redazione di PescaTV.it (sezione pesca mare barca)

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